#15 The Love We Make


Prince touches my spirit in so many of his precious songs! Love you forever, my brother in Christ! On this Sunday evening! Thank you our Jesus! I love you so much! Amen!

(commento postato da Anita, sotto un video che propone un live di questo brano, su YouTube)

 

 

Chi vede solo il lato iconoclasta di Prince, perde una parte importantissima del suo mondo.

Quella forse più rilevante. 

Chi lo conosce bene, lo sa bene. Prince non era solo “Darling Nikki” o “Head”: il suo mondo era molto più stratificato e complesso.

La dimensione spirituale, infatti, era per lui forse quella più importante. In particolare a partire dagli ultimi anni Novanta, ma, a ben guardare, lo è stata sempre.

Sempre. 

Spesso è stata vissuta con fastidio da chi non riusciva a conciliare due facce tanto distanti, così contrastanti, tra loro: troppo semplice dare spazio solo al lato della provocazione. 

Il suo amore per Dio (che tornava di continuo nei testi, nelle note di copertina, nelle sue foto, sul palcoscenico) era vissuto da alcuni come un granello di polvere sotto le palpebre: dava noia e non vedevano l’ora di toglierlo via.

Non si poteva toglierlo, però, senza snaturare la sua intera produzione.

E l’aspetto provocatorio, quello dissoluto, andavano e vanno di pari passo con i momenti in cui Prince parla di Dio, di spiritualità.

Riusciva a conciliare molto bene gli opposti, forse anche meglio di Hegel. 

Semplicemente, e più prosaicamente, se ne fregava del fatto che i critici avrebbero preferito da lui solo canzoni che parlavano di sesso ed edonismo, facendo finta che non esistesse anche roba come questa: egli era la sintesi perfetta di quegli opposti.

Chi preferiva una sola parte del suo mondo, rischiava dunque di uscirne fuori senza avere capito proprio nulla di quel suo mondo.

Questa canzone sta lì a dimostrarlo.

Arriva da un album complesso, con una gestazione complessa: Emancipation.

L’anno più importante e tremendo, nella vita di Prince: 1996.

L’anno del suo matrimonio con Mayte, l’anno di Amir, l’anno della sua emancipazione dal contratto Warner.

Da qui, dalla libertà conquistata dopo la schiavitù, il titolo dell’album e l’immagine di catene da schiavo che si spezzano sulla copertina.

(non si era forse fatto fotografare migliaia di volte, negli anni precedenti, con quella scritta “slave” impressa come un marchio su una delle sue guance?)

Prince amava molto questa canzone: l’ha eseguita spessissimo, anche nel corso del suo ultimo tour, “A piano and a mike”, nel febbraio del 2016, ad Oakland, nel corso del primo spettacolo.

Una linea di continuità importante, perché ci sono canzoni che non ha mai eseguito in pubblico ed altre messe nel dimenticatoio dopo un solo tour.

Alla base di questo brano c’è l’eco di un evento drammatico: la morte di Jonathan Melvoin, fratello di Wendy e di Susannah Melvoin, che così tanto avevano contato nella vita di Prince, ai tempi di “The Revolution” e non solo.

Jonathan Melvoin

Jonathan Melvoin era, come le sue sorelle e anche suo padre, un musicista. Aveva suonato come batterista per gli “Smashing Pumpkins”.

Da ragazzino aveva partecipato a qualche incisione di Prince, suonando le percussioni – una volta i piattini a dita – nel periodo compreso tra Purple Rain e Parade.

Parlando di questa canzone Prince ha spiegato che aveva voluto“speak to the spirit of a friend lost to drugs”, perché Jonathan era morto per overdose nel luglio 1996.

(la vita possiede vie misteriose ed ironiche, in alcuni casi: perché, con questa canzone, Prince ha messo in mostra il suo lato intransigente, a proposito di tossicodipendenze, proprio lui che sarebbe morto per una dipendenza da oppioidi esattamente venti anni dopo)

Di sicuro questo brano viene creato ed inciso successivamente al mese di luglio di quel 1996 e Prince mette giù da solo tutte le tracce strumentali, ad eccezione di una sovraincisione alla chitarra,  eseguita da Kathleen Dyson.

La pagina 365princesongsinayear ha analizzato le genesi ed i risvolti di questa canzone. Ecco cosa emerge in proposito.

Jonathan Melvoin era stato un talento precoce e prodigioso, – un po’ come Prince –  e, a quanto pare, la sua morte legata alla droga aveva colpito Prince in modo particolare.

Nelle note di Emancipation troviamo questa annotazione: “written 4 a lost friend”. 

Nel testo, il passaggio “put down the needle/ put down the spoon” allude proprio all’uso di eroina, ai pericoli ed al male che tutto questo rappresentava, specie in quegli anni Novanta, per le persone.

In quel momento Prince era in prima linea nella condanna degli abusi di droghe. 

Era intransigente ed applicava in modo inflessibile questa sua intransigenza alle persone che lo circondavano o che lo avevano circondato.

Lo sottolinea – con una profonda amarezza ed una venatura di sarcasmo – anche Wendy Melvoin, che, a quanto pare non ha affatto apprezzato il punto di vista sostenuto da Prince in quegli anni, in fatto di droghe.

Of course, avoiding drugs – or shaking the habit once it’s been acquired – isn’t always as easy as a song, as Prince himself sadly discovered later in life. The fact that his own death was intertwined with illicit opiate use adds a sad postscript to the story of “The love we make”, one that definitely wasn’t lost on Jonathan sister Wendy” – osserva la pagina 365princesongsinayear.

(“Ovviamente, evitare le droghe – o eliminare la dipendenza, una volta acquisita – non è sempre facile come fare una canzone, come lo stesso Prince ha scoperto tristemente più avanti nella vita. Il fatto che la sua stessa morte sia stata connessa all’uso illecito di oppiacei aggiunge un triste poscritto alla storia de “The love we make“, un aspetto che sicuramente non è stata lasciato andare dalla sorella di Jonathan Wendy”)

Ecco, infatti, cosa ha detto Wendy. Ha usato parole davvero dure con Prince, subito dopo la sua morte:

I have a deep empathy and compassion for the pain he was in, yes. And do I understand how something tragic like that could happen? Yes. I lost my brother to something similar. And I have many friends that have had serious problems with physical pain and, oops, something happens, right? So that part I understand. But when I reminisce or become nostalgic or sentimental, that brick wall of absolutism hits me smack in the face and it’s an incredibly painful feeling. When you think about the fact that someone is ever going to be on your doorstep again, it’s ridiculous”.

(“Provo una profonda empatia e compassione per il dolore che stava provando, sì. Capisco come sia potuto succedere qualcosa di tragico come questo? Sì. Ho perso mio fratello per qualcosa di simile. E ho molti amici che hanno avuto seri problemi con il dolore fisico e, oops, succede qualcosa, giusto? Quindi quella parte la capisco. Ma quando ricordo o divento nostalgica o sentimentale, quel muro di mattoni dell’assolutismo mi colpisce in faccia ed è una sensazione incredibilmente dolorosa. Quando pensi al fatto che qualcuno non sarà mai più davanti alla porta di casa tua, è ridicolo”)

Evidentemente Wendy non ha perdonato a Prince quella sua rigidità. 

(troppo facile essere intransigenti da una posizione di forza, ma questo, Prince ancora non lo sapeva)

Troppo facile rispondere che egli era fatto così: le sue affermazioni senza mediazione possibile, i suoi strali pungenti, facevano spesso molto male alle persone contro cui egli li dirigeva.

E non tornava indietro, come sappiamo, rispetto a ciò che diceva.

Vediamo dunque il testo di questa canzone

La prima strofa ha un carattere biblico: lo è nei toni, lo è nella scelta delle parole.

Desperate is the day/ that is tomorrow/ for those that do not know/ the time has come to whip the dogs that beg, steal or borrow for the table God set for his son.

È senza speranza il domani di coloro che non sanno che è arrivato il momento di frustare i cani che mendicano, rubano o prendono in prestito per la tavola che Dio ha apparecchiato per suo figlio.

Arriva poi – subito dopo – un’allusione evidente (Emancipation ne è pieno) a tutti coloro che, in quegli anni, erano restati in attesa di una caduta rovinosa di Prince, dopo la combattuta rescissione del contratto con la Warner. I suoi nemici, quelli che irriderà in  modo corrosivo dentro “Face down”.

Wicked is the witch/ that stands for/ nothing/, all the while /watching see you fall/ deeper than the ditch/ that bred your /suffering/ the one being dug /right now by them all”.

(a chi alludeva Prince con l’espressione “wicked witch”, la strega malvagia che sta lì a guardare qualcuno che sta precipitando nel fossato? e chi sono quelli che continuano a scavare per rendere più profondo il fossato?)

Segue ancora una serie di riferimenti autobiografici-agiografici:

Happy is the way/ to meet your burdens/ no matter how heavy/ or dark the day/, pity on those/ with non hope for tomorrow/, it’s never as bad as it seems/ until we say”.

Il confronto con i propri limiti, con i propri problemi, anche pesantissimi, in alcuni casi è di fondamentale importanza, ci dice. Anche il giorno più buio può riservare risvolti importanti.

Nel ritornello/bridge ritorna un’immagine assai ricorrente in Prince: quella della madre rassicurante, posto immediatamente accanto al tema della salvezza, del Salvatore, altra immagine che ricorre spesso con lui, sia in questo album che in altri.

Precious is the baby/ with a mother/ that tells him that his/ savior is coming soon/, all that believe will/ cleanse and purify/themselves”.

(un riferimento alla maternità – questo – che poteva alludere anche al bambino che Mayte stava aspettando in quei mesi: Amir)

Ed è in questo passaggio che si ritrova il verso, per così dire, “incriminato”:

Put down the needle/, put down the spoon”, ripetuto due volte.

Buttare via l’ago, buttare via il cucchiaio: come se fosse facile e semplice fare una cosa del genere. 

(chissà se gli sarà tornato mai in mente, ripensando alla sua stessa tossicodipendenza)

Nell’ultima parte ritorna ad immagini sacre. Evangeliche. Che riecheggiano anche il tono “ispirato” di alcune interviste che Prince andava rilasciando in quel periodo. 

Dichiarazioni in cui parlava di pace, di serenità con toni pacati, almeno nelle parole.

Sacred is a prayer/ that asks for nothing/, while seeking to give /thanks for every/ breathe we take”.

La preghiera davvero sacra è quella in cui non si chiede nulla, ma si rende grazie a Dio per ogni respiro che si fa.

Il passaggio conclusivo – ripetuto due volte – a me pare anche quello più significativo dell’intera canzone, anche se non risulta particolarmente originale. 

È il linea con il Prince-pensiero di quei mesi del 1996, anche se collideva pesantemente (in alcuni casi) con la Prince-persona, che, come abbiamo visto e come ho raccontato anche nel mio recente libro su di lui, riusciva ad essere tutto tranne che un adepto-praticante della spiritualità e della tolleranza. Della pace.

Blessed are we inside/ this prayer/ for in the new world/ we will be there/, only love there is, is/ the love we make”.

In fondo, noi siamo solo l’amore che siamo capaci di creare.

E qui, aveva perfettamente ragione.

 

 

Fonti:


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