YOU ARE THE ARTIST

 

“THIS TOWN IS MY FREEDOM”

PRINCE: A WONDERFUL TRIP

 “Cosa sei andata a fare fino a Minneapolis?”

“Sono andata a cercare l’uomo, certo non la star!”

COMING SOON ⬇️

PRINCE: HE’S BACK!

Blue Darkness

 

“Mettiti qui, vicino a me!” – mi dici, battendo il palmo della mano sul prato, dopo esserti seduto. 

“Eccomi, arrivo subito” – dico, mentre mi avvicino.

Poggio in terra la borsa. Mi siedo a gambe incrociate. L’erba è morbida. Profumata. Piccoli fiori gialli, ovunque. Un minuscolo ragno si sta arrampicando su uno stelo, che si piega, leggermente, sotto il suo peso.

Mi guardo intorno.

Guardo il grande prato verde che mi circonda. Il ciuffo di alberi in cima alla collinetta che ci sovrasta. Il lago Riley, più in basso. L’acqua di un blu profondo, quasi nero.

 

(il capitolo continua, all’interno del libro in preparazione)

CHI SIAMO

 SKIP, aka ALEXANDER NEVERMIND, aka JAMIE STARR, aka PETER BRAVESTRONG, aka Love Symbol, aka The Artist, aka…

(È sempre lui):

Prince Rogers Nelson

 Maria Letizia Cerica: prinsologa dilettante e semplice voce narrante,  in queste pagine

MLC

l'ideatrice di questo blog

 Sempre lui : Prince Rogers Nelson

PRN

Impossibile farne una descrizione in breve: per saperne di più, scendete nella pagina ⬇️

PURPLE PILLS

STORIE, FRAMMENTI,RECENSIONI, IMMAGINI, VIDEO: TUTTI SU DI LUI, PRINCE ROGERS NELSON, IL NOSTRO SKIP, RACCONTATO NELLA SUA DIMENSIONE UMANA E TERRESTRE

Across the street from McDonald’s, Prince spies a smaller landmark. He points to a vacant corner phone booth and remembers a teenage fight with a strict and unforgiving father. ‘That’s where I called my dad and begged him to take me back after he kicked me out’- he begins softly – ‘He said no, so I called my sister and asked her to ask him. So she did, and afterward told me that all I had to do was call him back, tell him I was sorry, and he’s take me back. So I did, and he still said no. I sat crying at that phone booth for two hours. That’s the last time I cried’

(Neil Karlen, “Prince Talks”, Rolling Stone, 1985)

PERCHÉ QUESTO BLOG?

 Proviamo a raccontare un uomo straordinario, un artista visionario, un essere enigmatico: quello che è stato per tutta la sua vita Prince Rogers Nelson. Irrealistico anche solo pensare di riuscire a dire tutto di lui, a raccontarlo, a circoscriverlo in qualche modo, a definirlo in ogni sua parte. Qui dunque spargeremo solo frammenti, curiosità, gusci d’uovo, che cercheranno di dare un’idea di quello che è stato, di quello che ha rappresentato. Per tutti noi. Per quasi 40 anni. E oltre.

...have a purple day...

PURPLE PILLS

(ideato e realizzato da Maria Letizia Cerica) (con abbondanti e generosi interventi dall'alto) ⬆️

PURPLE PILLS: interviste/articoli

Eye-liner

“C’est ce qu’ont bien compris ces animaux artistes qui se maquillent, les humains. Certains motifs du maquillage ne sont pas de pures inventions de l’imagination humaine, des créations arbitraires: ils sont bio-inspirés. Ils accentuent les pouvoirs éthologiques du survisage humain, ils stylisent encore nostre masque animal.

Les deux cas le plus nets sont justement deux amplifications de contraste pour accentuer l’intensité du regard.

La première technique est l’eye-liner. En accentuant le contraste entre pupille et fond de l’œil par l’ajout d’une enceinte féline sombre, il mime la profondeur du regard de la panthère (elle dispose de naissance de cette ligne noire autour de l’œil).

C’est exactement la même structure sombre/clair/sombre qu’utilise le masque naturel du loup.

Hommes et femmes de théâtre fardent de nuit le tour de l’œil avant de monter sur scène: ils savent depuis toujours que cela en accentue l’expressivité.

Mais cette technique a été inventée par l’evolution des millions d’années avant les acteurs, par la lignée des grands félins, comme par d’autres.

L’eye-liner trouve son origine historique dans la poudre de khôl qui fardait les yeux des Égyptiens des deux sexes. Cette filiation est un indice, un détail révélateur d’une filiation plus profonde, qu’on peut pister jusque dans nos salles de bains.

L’Égipte antique était familière des métis d’animaux et d’humains (avec ses dieux thériantropes, à têtes de fauves, d’oiseaux, de serpents…)

Cette culture antique était aussi familière des survisages de la panthère et de l’antilope: c’était leur faune quotidienne.

Et c’est de l’Égypte antique qui provient une part de notre tradition du maquillage des yeux: dessiner le tour de l’œil, comme on le voit sur les fresques, et probablement aussi assombrir les cils.

Il n’est pas imprudent de conjecturer que le trait de khôl égyptien, donc l’eye-liner, est une technique bio-inspirée qui confère volontairement à l’œil humain l’intensité du regard de la panthère. Une technique qui capture le même amplificateur de contraste que l’évolution a peint sur le survisage de grands félins.

Dans une culture où votre déesse a une tête de lionne, où les animaux ne sont pas des bestioles mais des divinités, prendre leur survisage pour modèle dans l’apprentissage d’une expressivité intensifiée fait parfaitement sens.

Jusqu’à aujourd’hui, même les plus obtus ressentent douloureusement la puissance esthétique d’un survisage de panthère.

La tradition antique y a puisé des leçons de beauté, au sens vivant: la beauté comme manière d’habiter une forme.”

Fonte: Baptiste Morizot, “Manières d’être vivant”, Actes Sud, 2020

LA VITA È FATTA DI FRAMMENTI

Frammenti, validi come premessa

Ho sempre ammirato quelli capaci di creare/vedere grandi sistemi, rispetto al mondo circostante. Quelli che riescono a far coincidere tutti i pezzi della loro cosmologia e tutto il loro universo, una volta completato il lavoro, arriva ad assumere connotati netti e precisi. Ascissa, ordinata. Tutto in ordine.

Non sono mai riuscita ad essere così.

Riesco a fissarmi solo sui particolari. L’universale da sempre mi sfugge.

Spesso anche i particolari – nel particolare – mi sfuggono: nel senso che riesco a focalizzarmi sui frammenti, sulle briciole. Passo ore ed ore a guardare le briciole di realtà, analizzandole a volte in modo ossessivo.

Se mi innamoro di un libro, di un film o di una serie, sono capace di guardare e riguardare decine, centinaia di volte una pagina, una scena, l’inclinazione di un viso, una risata, l’intonazione di una voce, come se tutte queste cose – assolutamente slegate dalla visione d’insieme di quell’opera – potessero improvvisamente spiegarmi il senso della vita.

Da quella briciola pretendo di arrivare alla visione d’insieme.

Penso che sia la strada più sbagliata per arrivare al panorama finale. Scendo verso il basso del mio personalissimo Mont Ventoux, sperando di arrivare a vedere un panorama elevato che avrebbe richiesto ben altra strada, ben altro coraggio visivo.

Metto insieme questi pezzi slegati tra loro, nell’assurda speranza che essi possano indicarmi la giusta via.

Sto lì ad accantonarli, li allineo – uno vicino all’altro – sperando che una bella mattina, dopo essermi alzata da un sonno ristoratore, l’illuminazione arriverà, subito dopo essermi stropicciata gli occhi.

Ecco perché non mi riesce di costruire vere storie. Non riesco ad inventare personaggi: riesco a parlare solo di quelli che esistono già e che – a mio parere – costituiscono un campionario sufficiente per uno scrittore.

È già tutto lì: basta armarsi di pazienza ed osservare, ascoltare, trascrivere. La realtà parla da sola.

Lo so, l’eterno dilemma: se l’artista sia specchio o lampada.

Sono specchio o lampada? Un fiammifero, forse.

Ho quaderni pieni di osservazioni sparse, scritte a mano su quaderni bellissimi (quelli sì).

Osservazioni che dovrebbero essere trascritte, riordinate, cercando di dare loro un verso.

E mentre so che questo sarebbe il lavoro a cui dare priorità, mi metto a scrivere una premessa come questa, all’interno della quale prometto di fare ciò che continuo a rimandare.

(e sempre a Petrarca torniamo: ai suoi buoni propositi irrealizzati)

Ma le premesse – si sa – sono bussole indispensabili. Per capire. Per orizzontarsi. Per procedere.

 

PICS FROM MPLS

Stanze del Midwest
...nove ore di viaggio, una notte che nella tua testa non lo è affatto e ti ritrovi a guardare fuori dalla finestra: ti ricordi all'improvviso che sei su un'isola, che quell'isola è in mezzo al Mississippi e che sei nella città di Skip...
Stanze del Midwest
Ed è guardando da quelle persiane che scopri per la prima volta il Mississippi, nella sua grandezza
Il Ponte 1
L'isola in mezzo al Mississippi è collegata alla terraferma da un antico ponte in ferro e legno. Da lì si vede scorrere l'acqua, destinata a percorrere migliaia di chilometri
Il ponte 2
Tra l'isola e la terraferma c'è questo ponte in ferro e legno. Sotto, scorre il Mississippi, placido, limaccioso. Lo osservi, mentre passa sotto i tuoi piedi, trascinandosi dietro qualche tronco raccolto durante il cammino.
Hennepin Bridge
Hennepin Bridge ha un carattere quasi metafisico: fa un salto acrobatico sul Mississippi e ti permette di guardarlo dall'alto, da spettatore minuscolo che immagina contemporaneamente anche altre presenze, oltre alla sua, in altri momenti, in altri tempi
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A LETTER

Dearest Tracy,

thank U 4 your letter. It’s a good feeling 2  know that one’s work is appreciated by others. It’s the main thing that keeps me working. And if I ever make a video with 10-year olds in ’em, you’re invited. (smile)

I would love a picture of you. Don’t worry about what they look like. I take bad pictures all time. I hope U like Purple Rain, it’s a good movie. But, don’t listen 2 the swear words.

Happy birthday, and don’t forget 2 say your prayers. God loves you.

Your Purple friend,

Prince”

...searchin' & findin' Skip in MPLS... (part I)

…sentire scorrere l’acqua, il potere calmante dell’acqua, avere a così breve distanza, praticamente a portata immediata di sguardo, una massa tanto imponente di acqua in continuo movimento, ha avuto su di me un forte potere ipnotico: sono andata di continuo a vederla. Solo chi è cresciuto accanto all’acqua può capirne il fascino irresistibile…

Have a Purple Day

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PILLOLE VIOLA CHE PARLANO DI LUI – DI SKIP – DEL SUO MONDO, DELLA SUA MUSICA

Alphabet St.

PILLOLE VIOLA

RANDOMLY GRABBED POSTS

NEAL + PRINCE:A TRIP IN&OUT A (BOY)MAN (IVparte)

Era una persona complessa. Sicuro. Sicurissimo.

Prince aveva una personalità difficile da comprendere, per chiunque, ad un primo sguardo. Ad uno sguardo superficiale. Specie per chi lo vedesse/incontrasse per la prima volta.

(i pochi autorizzati ad entrare all’interno della sua zona di rispetto e solo per il tempo strettamente necessario, ovviamente, e niente di più)

Come molti di noi – egli possedeva molti strati disposti sotto la sua superficie, ma non permetteva a nessuno di scavare là sotto.

Non lo ha mai permesso a nessuno.

Si celava a tutti, dunque.

Mostrava sempre e soltanto quello che ritenesse utile mostrare in quel momento. Niente di più. E mai troppo a lungo.

In questa intervista che concede nel 1985 – dopo anni di silenzio stampa – a Neal Karlen di Rolling Stone egli decide di sembrare abbordabile. Un ragazzo qualunque, arrivato al successo dopo una serie infinita di dolori e difficoltà.

(la pura verità, a dire il vero)

Uno che fa una vita regolare, fatta di lavoro e lavoro.

(il che è perfettamente vero)

Voleva allontanare ogni diceria sui suoi comportamenti bizzarri ed eccolo lì: il ragazzo della porta accanto, timido, ma accessibile.

(il che è anche – altrettanto e assolutamente – vero, sotto un certo punto di vista)

Questa intervista – come ho sottolineato più volte – è una sorta di unicum. Pochi sono riusciti ad avvicinarlo e ad affiancarlo nel modo in cui Neal Karlen ha potuto fare in quell’occasione. Passando così tante ore con lui. Guardandolo muoversi davanti a lui, senza la mediazione di staff e di assistenti personali.

Prince viveva di distanza.

(continua nella sezione articoli)

The Purple House

TALKING ABOUT SKIP

IL MIO ULTIMO LIBRO: "THE BEAUTIFUL PRINCE" (LUGLIO 2022)

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Have a Purple Day

A NEW NEW NEW STORY!

he's back!

PAGE ONE ONE

“Il tuo passato immaginato da me, il nostro supposto futuro” “C’è un tipo di rapporto, l’unico durevole, in cui è come se tra due esseri umani corresse un invisibile filo telegrafico. Dentro di me lo chiamo: ‘Il filo d’oro’ ” “Tutto ho raccolto di te briciole, frammenti, polvere, tracce, supposizioni, accenti restati in voci altrui, qualche grano di sabbia, una conchiglia, il tuo passato immaginato da me, il nostro supposto futuro, ciò che avrei voluto da te, ciò che mi avevi promesso, i miei sogni infantili, certe sciocche rime sulla giovinezza, un papavero sul ciglio di una strada polverosa” (coming soon)

PAGE TWO TWO

Gràphein, Oràn, Èchein “Cara signora Milena, la pioggia che durava da due giorni ed una notte è appena cessata, forse soltanto provvisoriamente, ma è certo un avvenimento degno di essere festeggiato ed io lo faccio, scrivendo a Lei” “Franz, sbagliato, F sbagliato, Tuo, sbagliato, non più, silenzio, bosco profondo” (coming soon)

SENDING/FINDING LOVE

To: Skip, somewhere-nowhere From: (It’s) me Object: need help&(possibly)love:right now! please-please-please, come here! Caro Skip-del-mio-cuor, here we are. Lo so. Sei lì da un po’, a prendere il sole, nel Giardino. Beatamente. Non vuoi seccature e - credimi - ti capisco benissimo. Le persone come me sono una bella rottura di maroni, come glisserebbe - e con ragione - mio figlio. Però. (coming soon)

IPSE DIXIT: CRUMBS FROM HIS INTERVIEWS

IPSE DIXIT

"Once I made it, got my first record contract, got my name on a piece of paper and a little money in my pocket, I was able to forgive. Once I was eating every day, I became a much nicer person" (1985)
MUSICIAN: And what’s your last name? Is it Nelson? PRINCE: I don’t know. (1983)
About Minnesota: “I was born here, unfortunately.” (1977)
"I believe in teachers, but not for me" (1979)
About concerts: “I really don’t have time to make the concerts" (1977)
“Do you get out much?” “No. Not really.” “What age range of young ladies do you like?” “It doesn’t matter.” (1979)
About studying music: "I’ve had about two lessons, but they didn’t help much" (1977)
"We won’t be able to use that. I hate wasting time. I want to hear that song on the radio" (1977)
About music:“I wanted to make a different-sounding record" (1977)
first time he saw his father performing on stage (Prince was a 5 years old boy): "He was up on stage and it was amazing. I remembered thinking, ’These people think my dad is great.’" (1982)
"I think society says if you’ve got a little black in you that’s what you are. I don’t" (Musician, 1983)
About being a performer: "I wanted to be part of that" (1977)
PRINCE: Probably take a long bath. I haven’t had one in a long time. I’m scared of hotel bathtubs. (‘quale sarà la prima cosa che farai, quando tornerai a Minneapolis?’) (‘con ogni probabilità, un lungo bagno, non ne ho fatto uno per parecchio tempo, mi spaventano le vasche da bagno degli hotel’) MUSICIAN: What do you fear? PRINCE: They just...a maid could walk in and see me.
About school: "To this day, I don’t use anything that they taught me. Get your jar, and dissect frogs and stuff like that" 1983

MY PODCASTS ABOUT HIM

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LAST STUFF

#8 Rave Un2 The Joy Fantastic

Rave is not of his best albums, but is actually a bit underrated by fans. There are definitely some good great songs on it.

(commento postato nel 2019 su YouTube – “Prince’s Friends” – a proposito dell’intero album Rave Un2 the Joy Fantastic)

Questa canzone non è la migliore di Prince e nemmeno la migliore di questo disco, che (secondo “Rolling Stone”) nasconde pochi pezzi «sublimi», la cui qualità «supera l’album poco brillante che sta intorno a loro».

(album, nel suo insieme definito – sempre da da “Rolling Stone”- agli inizi dei Duemila «il peggiore dei suoi lavori degli anni Novanta»  – “the worst of his Nineties work”)

Questa canzone, “Rave”, riesce – quasi da sola – a restituire l’immagine di un momento davvero freak della vita di Prince. Un momento di celluloide, della sua vita. Ed i suoi look di quei mesi stanno lì a dimostrarlo. Anche lui sembra fatto di celluloide.

Quello del passaggio Novanta-Duemila è stato un momento in cui non è tornato ad essere quello di dieci anni prima, ma non è ancora nemmeno qualcos’altro. Una crisalide bloccata – e da tempo – nel suo bozzolo.

Ci sono abiti di Prince che sono e restano di diritto nella storia del costume. Perché Prince non è stato solo un grandissimo musicista, ma anche uno dotato di grandissima sensibilità artistica, di intuizione profonda del gusto. Una specie di Arbiter Elegantiarum dei nostri tempi.

(“…e che arbiter!” – osserveremmo prontamente noi ragazze)

I momenti di passaggio della sua carriera sono stati quasi sempre sanciti da altrettante trasformazioni dei suoi look. Guardaroba, colori, acconciature. Taglio di baffi e barba.

Tutto studiato, tutto calcolato. Sempre. Minuziosamente.

(il trench di Dirty Mind, le giacche di Purple Rain, il bolerino  nero corto, fotografato da Jeff Katz per Parade)

La tutina celeste metallizzato che è sulla copertina di Rave Un2 The Joy Fantastic. 

(un ulteriore esempio)

Quella stessa che indossa in quelle settimane di fine 1999, mentre in testa porta quelle stupende treccine ed indossa gli occhiali scuri, a coprire il suo sguardo.

Quella tutina color-carta-da-regalo-plasticosa-kitsch che egli ha indossato anche durante il concerto di fine 1999 a Paisley Park, nel corso di quella notte che ci ha accompagnato sulla soglia del millennio che stava per iniziare.

Rave Un2 The Joy Fantastic” è un brano funk elettronico-ipnotico. Una di quelle canzoni di Prince che un fan medio può mettersi ad ascoltare in loop, senza smettere mai e senza stancarsi. Perché lì c’è lui, la sua essenza.

È la prima canzone, nella track list dell’album. Per crearla, prima di metterla lì, The Artist si era rivolto ad un produttore di sua fiducia: Prince.

(non è uno scherzo: lo ha dichiarato in una intervista di fine 1999: secondo The Artist, solo Prince sarebbe stato in grado di ricreare certe atmosfere anni Ottanta-Novanta e dunque si era affidato a lui con assoluta fiducia)

(scissione psichica permettendo)

Quando si tratta delle canzoni di Prince/The Artist, però, bisogna fare sempre attenzione alle date. Quelle relative alle sessioni di registrazione. 

Rave”, sebbene pubblicata sull’album uscito nel 1999, era stata registrata a metà giugno del 1988. Più di dieci anni prima, dunque.

(e proprio da Prince – a dire il vero – prima che cambiasse il suo nome: dunque, The Artist non aveva mentito, a questo proposito,  nell’intervista, perché c’era molto di Prince in quelle note, anzi, c’era tutto lui)

Aveva lavorato a lungo su quel brano, riprendendolo anche in sedute di registrazione effettuate in Inghilterra nel luglio del 1988.

In quello stesso periodo Prince si stava occupando della colonna sonora di Batman ed aveva pensato di utilizzare questa canzone come base per una scena. Poi era stata messa da parte.

(anche se dei frammenti di “Rave” arrivano comunque in quella colonna sonora: piccole cose)

“Se l’originale del 1988 non fosse venuto fuori (rivelando il fatto che è quasi identico [a questo] accetterei come valide teorie relative al fatto che fosse andato perso nel tempo e che la versione pubblicata ufficialmente nel 1999 fosse una sorta di ricreazione archeologica, composta da tutto ciò che potrebbe essere raccolto dalle sue tracce in altri brani, nei remix di 200Balloons e di Batdance.[…] Una ricostruzione scheletrica. Incredibilmente la canzone è sempre rimasta così magra ed ha perso solo pochi svolazzi prima della sua uscita all’inizio del millennio. […] Prince ha detto di aver lasciato questa canzone a ‘marinare’, perché pensava che fosse troppo simile a “Kiss”, ma continua a suonare ancora in anticipo sui tempi. Non sarei sorpreso dal fatto di venire a sapere che si tratta di un’opera d’arte aliena che viene riflessa dalla superficie del nostro pianeta”. – scrive 500princesongs.com.

“World full of lovers/ city full of good/times, rave”

(cosa si può desiderare di meglio? Una città piena di gente pronta ad amare, di bei momenti, diamoci giù con la voglia di fare pazzie!)

Si arriva al 1999, quando “Rave” viene rilavorata, parzialmente ri-registrata ed inserita nell’album al quale dà il titolo. 

Suona tutto lui, ovviamente (come fa spessissimo) dall’inizio alla fine. La line di chitarra presente su Rave, è stata riutilizzata più volte, in altri contesti, anche molto diversi da questo.

(con Prince non si butta via mai nulla)

Don’t go undercover/I can get you out of/your mind, come on/rave!

(non mimetizzarti, se me ne darai la possibilità, io posso farti uscire dalla tua testa)

Questo brano non è stato eseguito con regolarità in nessuno dei vari tour: ha fatto capolino qua e là nei concerti e compare per l’ultima volta nel 2011, a Budapest.

«Earth-Moon-Earth, un’opera dell’artista scozzese Katie Patterson” – continua 500princesongs.com – “consiste in un pianoforte che suona da solo ed esegue ‘La Sonata al Chiaro di Luna’ di Beethoven, dopo che la partitura è stata lanciata contro la superficie della luna, come accade con un segnale in codice Morse. L’effetto che se ne ricava è una resa fedele, ma caratterizzata da lacune. Alcune note e talvolta intere sezioni sono state smarrite durante la fase di transito lunare»

All you need is a good/walk and a brand new/position/ then we can spread/the real soul, doin’it/like a mission, rave!

Di questo brano mi hanno sempre attirato i due accordi delle tastiere. Quelli che arrivano poco dopo l’inizio. 

Sempre quelli, solo quelli: si ripetono – in questo brano che è anche privo di bridge – identici, dall’inizio alla fine. Sono la spina dorsale del brano. Sono quelli su cui poi la chitarra poggia i suoi ricami. La linea del basso è eseguita con le tastiere.

Quei due particolari accordi – messi lì e con quella modalità cantilenante – farebbero capire a chiunque che questa è una sua canzone.

Sono la sua firma, la sua “cifra stilistica”. Come accade in storia dell’arte: un elemento, solo quello, ti fa capire che quel particolare non può essere altro che la linea di contorno netta e sinuosa che ti porta ad individuare Raffaello, lo sfumato che ti collega immediatamente a Leonardo o i muscoli scolpiti che ti fanno capire subito che quel disegno appartiene a Michelangelo.

Due accordi tutti “suoi”. Nel suo stile.

Arrivederci cock/poppy, that was hip/ yesterday, rave!/New thing hitting/where it feel good/what did you say?/rave!

Un brano – “Rave” – che è dunque parte integrante dell’album che porta il suo nome.

Un album che, nel 1999, avrebbe dovuto sancire – come sottolinea anche Ben Greenman nel suo “Purple Life” – il rilancio della carriera di Prince. 

Un rilancio che non si era concretizzato (o lo avrebbe fatto solo in parte), all’interno di un anno in cui i cambiamenti (anche e soprattutto nella vita di Prince) erano stati tanti e definitivi.

La fine del matrimonio con Mayte. La presenza sempre più chiara ed infiltrante di Larry Graham nella sua vita. L’arrivo di Manuela.

Di cosa parla, dunque, “Rave”?

Di nulla in particolare. Siamo sempre all’interno del genere: “have fun”. Ascolta, divertiti e basta! 

Giochi di parole che si piegano come cera all’interno del gioco della musica. Un riempitivo sonoro non necessariamente caratterizzato da un senso. Anzi, da un certo momento in poi, il senso delle parole non è più un requisito strettamente necessario. Non è  affatto indispensabile.

Brutha playing an/apache scarf, Gaultier-/stop/if I had a dollar for/every time they/smiled/ I’d sho nuff jump and/holla/‘cause I’d sho nuff be/ rich a while/ Everybody rave!

Fonti:

  • princevault.com
  • Ben Greenman “Purple Life”
  • YouTube
  • Rolling Stone, 20 gennaio 2000
  • 500princesongs.com, 18 dicembre 2016

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marialetiziacerica

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Lillian Morgan

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