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# 1 Baltimore

 

Per iniziare, partiamo quasi dalla fine. Da un brano che Prince ha registrato per il suo ultimo album da solista, Hitnrun Phase Two, pubblicato nel 2015, pochi mesi prima della sua morte.

La storia di questa canzone – come accade spesso con lui – assume una connotazione quasi epica.

Il 29 aprile del 2015, all’interno degli Studios di Pasiley Park, era stata registrata una versione live di Baltimore. Prince, Joshua Welton e le “3rdEyeGirl” l’avevano realizzata nel corso di una giornata. 

Registrazione live.

Prince, però non era soddisfatto (sai che novità!) del risultato e nel corso della notte tra il 29 ed il 30 aprile – da solo, come sempre – aveva registrato le tracce di quasi tutti gli strumenti, ad eccezione della sezione fiati e degli archi.

All’alba, aveva portato a termine il lavoro. A modo suo. Come sempre.

Seguiamo il racconto di questa avventura direttamente dal testo (scritto quasi certamente da lui: lo stile ed i geroglifici presenti nel testo sono i suoi) che ha accompagnato lo streaming di Baltimore, pochi giorni dopo:

«Baltimore è stata realizzata all’interno dei Paisley Park Studios. La registrazione originale è diventata successivamente un demo, nel momento in cui Prince, in quella stessa notte [29-30 aprile] tutto solo, nello studio A, ha suonato tutti gli strumenti, creando una versione completamente nuova del brano. Il mattino successivo Joshua Welton e Kirk Johnson hanno trasferito le tracce create da Prince [lavorando] all’interno dello studio B ed hanno dato il via al miraggio. Mentre – secondo il volere di Prince – la canzone si avvicinava al suo completamento, Eryn Allen Kane è volata [a Minneapolis] gentilmente in un attimo ed ha abbellito la traccia con la sua angelica presenza.

A proposito di presenza, durante le sessioni vocali di Eryn, Prince non era presente. Dopo aver ricevuto il via libera da Prince tramite l’interfono dello studio, Ms. Kane ha in pratica ascoltato alcune volte la traccia ed ha capito istintivamente di cosa ci fosse bisogno. […] L’unica cosa che restava da fare era quella di trovare un asso di ingegnere esperto di mixaggio che amasse l’onda morbida dell’analogico, ma che avesse anche in pugno la situazione che le performance meritano. Dylan Dreslow era la prima ed unica scelta. Ha capito immediatamente l’importanza del brano ed ha svolto un ottimo lavoro in merito al parto di questo bambino. Sappiate che tutti quelli che sono stati coinvolti in questo progetto non hanno mai dato per scontati i privilegi che abbiamo in questo Paese. Continuiamo tutti a combattere  per la giusta causa e ad affrontare la disumanità ad ogni livello fino al giorno in cui essa non esisterà più»

Questo, il testo del messaggio.

Baltimore è una canzone politica. Anzi: è una canzone fortemente politica.

Nasce a velocità supersonica come reazione ad un episodio di violenza razziale che in quelle settimane aveva scosso gli Stati Uniti.

I fatti: il 12 aprile 2015, a Baltimore, un ragazzo, Freddie Gray scappa, per evitare un controllo della polizia. Viene catturato, arrestato e picchiato all’interno di un blindato. Per 45 minuti. Ne esce con gravissime lesioni alla spina dorsale. Viene ricoverato in ospedale, ma muore il 19 aprile.

A Baltimore, prima, e in tutti gli Stati Uniti, poi, scoppiano scontri e proteste. 

I poliziotti incriminati vengono rilasciati su cauzione. 

(i vari processi, negli anni, non hanno fatto giustizia per Freddie, come spesso accade per fatti simili)

Subito dopo questo episodio, Prince decide – di getto – di scrivere una canzone, prendendo una posizione ferma ed indubitabile su quanto era accaduto. 

«Prince ha registrato una canzone fortemente critica sull’uccisione del giovane afroamericano […]. È un tributo a tutta la gente di Baltimora».

La canzone viene eseguita dal vivo il 10 maggio al Rally 4 Peace, a Baltimora.

Nel corso di questo lungo concerto, che lo vede protagonista per più di due ore di concerto, Prince afferma: The system is broken. It’s going to take young people to fix it. We need new ideas, new life. 

Come era accaduto spesso nei suoi ultimi anni, Prince si affidava ai giovani. Aveva una immensa fiducia nella loro capacità di rimettere insieme, di riparare un sistema che era ormai in pezzi.

Alla versione rilasciata definitivamente all’interno dell’album, oltre a Prince (che suona quasi tutti gli strumenti) partecipano Eryn Allen Kane, ai cori, Michael B. Nelson, al trombone, Kathy Jensen al sassofono, Dave Jensen alla tromba, Kenni Holmen al sassofono, Steve Strand, sempre alla tromba.

Le orchestrazioni sono a cura del gruppo “STRINGenius”, che da qualche tempo aveva sostituito l’amato Clare Fisher, dopo la sua morte.

Peace is more than the absence of the war: siamo poco dopo l’inizio della canzone e questo è anche il suo filo conduttore.

La pace è qualcosa di più che l’assenza di guerra. La pace è giustizia. Per tutti.

È un brano di protesta, questo, ma anche di fermezza. Carico di ironia. Una richiesta di giustizia. Di sicuro. La parte iniziale è comunque fortemente ironica.

Nobody got in nobody’s way/ so I guess you could say it was a good day/ at least a little better than the day in Baltimore

(Se non hai intralciato la strada di nessuno, la tua giornata, in fondo, non può essere così male, no? Sarà sempre meglio di quella che Baltimore ha appena vissuto)

Does anybody hear us pray/ for Michael Brown or Freddie Gray?

(Ci sarà solo Dio che ci ascolta pregare per i nostri morti,  o lo farà anche qualcun altro? – sembra dire)

E poi c’è quella affermazione: Peace is more than the absence of the war

(La pace è qualcosa di più dell’assenza di una guerra vera e propria) 

Are we gonna see another bloody day?/ We tired of cryin’ and people dyin’/let’s take all the guns away

(Ci troveremo ancora una volta di fronte ad una giornata piena di sangue e a piangere gente uccisa. Buttiamo via tutte le armi, come prima cosa!)

Maybe we can finally say/ enough is enough/ it’s time for love/ it’s time to hear the guitar play

(Ecco la soluzione: ascoltare il suono della chitarra e amare) 

La musica come lenitivo, non come palliativo. Non è una fuga da qualche parte, questa: si tratta di fermezza, di decisione nella richiesta di diritti che hanno a che fare con l’essere umano.

Il ritmo di questo brano – ma lo si percepisce chiaramente solo alla fine – è dato dai passi di gente in marcia. Per chiedere giustizia.

(questo tipo di ritmo, presente anche in We March – ad esempio, non era nuovo per Prince)

La giustizia per i suoi fratelli (e per tutti, in fondo) gli stava molto a cuore.

If there ain’t no justice, then there ain’t no peace

Nel bridge viene scandito – a ritmo di marcia – lo slogan che è anche il cuore profondo della canzone: la pace ha come requisito indispensabile la giustizia.

Nei mesi a seguire, dalla pubblicazione, Prince ha eseguito  dal vivo questo brano una sola volta, all’interno del tour Piano & Mike, il 4 marzo 2016 a Oakland, CA. 

(Fonti per questo articolo: princevault.com; CNN; Rolling Stone)

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